Soror mea, sponsa mea: Il Cantico dei Cantici nei conventi italiani tra Cinquecento e Seicento
F. Martini , R. Aleotti , S. Reina , L.O. Vizzana , G.M. Nanino , M.X. Perucona , A. Banchieri , C. Monteverdi , A. Tressina , P. Pace , A. Soderini , N. Monferrato , G.A. Mangoni , C.M. Cozzolani , I. Leonarda
Soror mea, sponsa mea: Il Cantico dei Cantici nei conventi italiani tra Cinquecento e Seicento
Il Cantico dei Cantici, uno dei più belli e sensuali testi che si trovano nella Bibbia, fu uno dei più frequentemente messi in musica nel 1600, sia fuori che dentro le mura dei conventi, nelle composizioni scritte per e dalle suore di clausura italiane.
Queste donne eternamente congiunte a Cristo (con o, troppo spesso, senza aver dato il proprio consenso), si indentificavano fortemente con il florido e appassionato immaginario legato alla Sposa e al Diletto, e la poesia di questo libro rappresentò un’ importante, e ambigua, allegoria con diversi livelli di interpretazione.
Nell’esegesi ecclesiastica del Cantico la Sponsa simboleggiava una varietà di personaggi: l’anima individuale, la seguace della vita monastica e a volte la Chiesa stessa.
Lo Sponsus del Cantico era ovviamente identificato con Cristo.
E nonostante i teologi nei secoli enfatizzassero una lettura simbolica, la sensualità della poesia non poteva essere ignorata.
Ecco che un decreto veneziano del 1633, riguardante la musica nei conventi e intitolato “Ordini da osservarsi nelle musiche che si fanno nelle chiese di Monache”, enuncia: “Si ordina che le parole che si cantano siano tolte puramente dalla sacra scrittura, eccettuata però la Cantica, la quale si proibisce del tutto nelle Musiche”.
Ciononostante, i versi del Cantico dei Cantici venivano cantati spesso nei conventi.
Uno dei più diffusi testi del periodo era “En dilectus meus”, un esempio del quale ci perviene dal convento bolognese di S.
Cristina.